giovedì 23 luglio 2009


ECCO CHE COSA C'ERA DAVVERO NEL TESTAMENTO DELLEX PRESIDENTE FIAT - Al momento della morte, poteva contare su una liquidità di 250 milioni di euro - il tesoro estero dell'avv. quantificato dai suoi vecchi legali in 1,4 miliardi di euro - 12 Panda, 2 Fiorino, una Palio, 3 moto Piaggio e 3 Vespa 50, 3 trattori e un rimorchio

Fabio Sottocornola per "Il Mondo," in edicola domani

Al momento della morte, avvenuta a Torino il 23 gennaio 2003, Gianni Agnelli poteva contare su una liquidità pari a 250 milioni di euro tra depositi bancari e titoli di varia natura. Denaro che uno degli uomini più ricchi del mondo usava «per il pagamento delle spese della gestione corrente», come è scritto nel Memorandum del 16 maggio 2003 predisposto dai commercialisti dello Studio Ferrero del capoluogo piemontese. Un testo che il titolare Gianluca Ferrero ha inviato, tra gli altri, all'avvocato ginevrino Jean Patry, legale a quell'epoca di Margherita Agnelli de Pahlen.

Si tratta del rendiconto ufficiale, con alcuni passaggi già noti, ma anche molti inediti, di cui il Mondo ha preso visione, e relativo a tutti i beni posseduti dal senatore a vita in Italia. Questo catalogo non è mai stato messo in discussione, neppure dalla figlia Margherita. La quale, semmai, ha puntato il dito contro il presunto tesoro estero dell'Avvocato, quantificato dai suoi vecchi legali in 1,4 miliardi di euro. Ammonta invece a 305 milioni e 484 mila euro il valore netto, cioè la differenza tra attivi e passivi, dei beni ufficiali che facevano capo ad Agnelli.

La situazione è riassunta nelle poche pagine del Memorandum che si colloca, dal punto di vista cronologico, all'inizio di tutto l'affaire. E, dunque, precede sia gli accordi sull'eredità siglati in Svizzera nel febbraio e marzo 2004 tra la madre Marella Caracciolo e la figlia Margherita, che hanno fruttato a quest'ultima un patrimonio (immobili, opere d'arte e liquidità) stimato in 1.166 milioni di euro, sia la battaglia legale partita a giugno 2007 e ancora in corso.

CAMERA CON VISTA SUL QUIRINALE
Si comincia, alla voce Attività, con gli immobili: una villa con casa dei custodi sulle colline torinesi (Strada San Vito Revigliasco, villa Frescot), la residenza romana di via XXIV Maggio (di fronte al Quirinale), poi, ancora, casa e terreni della storica dimora di Villar Perosa. «Il valore può essere stimato in via di larga approssimazione in circa 45 milioni di euro», recita il Memorandum, che vuole fornire semplicemente una «valutazione indicativa al fine di determinare un ordine di grandezza del valore dell'intero patrimonio caduto in successione». Anche perché, sottolineano gli esperti, due immobili (Villar Perosa e Strada San Vito) sono «di particolare pregio anche storico, ma probabilmente di difficile commerciabilità».


marella caracciolo agnelli - foto di Arturo Ghergo - Copyright Archivio Ghergo
La voce Liquidità e titoli (totale di 250 milioni 434 mila euro) è da collegare a tre banche e una fiduciaria. L'Avvocato aveva un conto corrente aperto in Banca Intesa con depositati 1 milione e mezzo di euro e oltre 28 milioni in titoli; una posizione aperta (16 mila euro) alla Popolare di Bergamo (oggi Ubi) con titoli per 5,9 milioni. Infine, un risicato conticino di 177,36 euro depositati in Deutsche Bank.

Più interessanti i fondi depositati presso la Simon Fiduciaria, una società di gestione del risparmio che fa capo alla famiglia di Franzo Grande Stevens, storico legale di fiducia dell'ex presidente Fiat. Si tratta in totale di 185 milioni di euro investiti in una Sicav (un particolare tipo di fondo comune di investimento) della svizzera Banca Pictet, mentre 14,8 milioni erano impegnati in obbligazioni.

Come esempio, è possibile osservare che l'Avvocato deteneva titoli di Stato italiani come Cct e Btp. Ma scommetteva anche sulle aziende concorrenti e produttrici di automobili negli Usa. Tanto da tenere in portafoglio obbligazioni emesse dalla Ford (830 mila euro) o da Gmac (della GeneraI motors) per 266 mila euro, oltre a 426 mila euro in bond Shell.

Infine, ci sono azioni e obbligazioni della Giovanni Agnelli Sapaz (G.A. Sapaz), cioè la società in accomandita per azioni che raccoglie i vari rami della famiglia: all'attivo per lui risultano 11.905 azioni ordinarie per un controvalore di 4 milioni di euro e obbligazioni convertibili (altro tipo di bond) per 10,8 milioni.


GIOVANNI E SUSANNA AGNELLI
Dal momento che l'accomandita non è una quotata, il valore di azioni e obbligazioni «è stato fornito dalla società stessa. E periodicamente determinato dal consiglio degli accomandatari».

AL TIMONE
Naturalmente più glamour è il capitolo riferito ai natanti, grande passione dell'Avvocato. Al momento della morte possedeva Stealth, che è una barca a vela di 27 metri, nera e super tecnologica, più il tender (piccolo gommone), valutati 3,4 milioni, «prezzo cui è stata di recente concordata la vendita», dice il documento. C'è poi F100, descritto in alcuni articoli giornalistici come un rimorchiatore trasformato in panfilo d'altura, con tender e barca di servizio, stimato in maniera approssimativa 5 milioni.

Non mancano poi i «mezzi mobili» intestati al senatore, che non possedeva, come è noto, auto di grossa cilindrata. A suo nome risultano dunque 12 Fiat Panda, due Fiorino, una Palio, tre ciclomotori Piaggio Si, un Piaggio Grillo e tre Vespa 50, oltre a tre trattori e un rimorchio.

Con tutta probabilità neppure nuovi, se è vero che «l'intero parco mezzi può essere stimato per un valore pari a 20 mila euro». Evidentemente, tutto o in parte a disposizione del personale di servizio nelle varie residenze.


piccoli agnelli
La rendicontazione degli attivi si chiude con i Crediti vantati. Qui ci sono 154.937 euro da Ina Assitalia «pari al premio incassato dalla compagnia sulla polizza vita stipulata dal Senato della Repubblica», un saldo di competenze per 5.342 euro sempre da palazzo Madama, oltre a 2,6 milioni come liquidazione della quota detenuta nella Dicembre, la società semplice che sta in cima a tutta la catena di controllo dell'impero.

Infine, nel conto è citato anche un attivo di 848 mila euro. Di che cosa si tratta? La cifra deriva da un contratto stipulato con la tedesca Lürssen Yachts per la costruzione di un motor yacht conosciuto come «progetto Tulip». E scritto nel Memorandum: «Il prezzo era fissato in 32 milioni 737 mila euro ed era già stato versato un acconto di 9 milioni 848 mila». Agnelli doveva ancora pagare 29,4 milioni ma poi, probabilmente anche per il peggioramento delle condizioni di salute, «il contratto è stato risolto con la restituzione da parte del cantiere di 848 mila euro».

CHIEDO ASILO
Sono invece soltanto due le voci del passivo, per un totale di un paio di milioni. La più curiosa: «L'impegno a costruire e poi donare al comune di Villar Perosa una nuova sede per la scuola materna. Al termine dei lavori, sulla base di un preventivo di Fiat Engineering (società di costruzioni del gruppo, poi ceduta, ndr) mancherebbero ancora opere per circa 1,4 milioni». Al confronto con questa girandola milionaria appare invece di pochi spiccioli (612 mila euro) l'ammontare totale delle fatture ancora da saldare alla data del decesso relative ad alcune spese non precisate.

Una volta stabilito il valore del tesoro italiano di Agnelli che, come detto, ammonta a 305 milioni 484 mila 7,69 euro, gli esperti dello Studio Ferrero passano ad analizzare le «disposizioni testamentarie» prima di elencare le operazioni fatte dopo la morte dell'Avvocato e quelle ancora da compiere.


agnelli umberto e suni
Per quanto riguarda le volontà del defunto, Ferrero ricorda come queste riguardino soltanto gli immobili, da dividere tra madre e figlia. A quest'ultima spetta la nuda proprietà di Villar Perosa e della villa sulle colline torinesi con usufrutto a favore di Marella. Divisa al 50%, invece, la proprietà dell'immobile romano, dove vivono anche altri componenti della famiglia Agnelli.

Tra le operazioni già effettuate dopo la morte del presidente Fiat con Franzo Grande Stevens esecutore testamentario (fino alla rinuncia all'incarico di metà aprile 2003 a seguito dei primi contrasti tra le eredi) sono elencate la vendita delle barche e l'incasso dell'assicurazione sulla vita.

Una voce curiosa riguarda il personale di casa Agnelli, mai specificato nel numero. E tuttavia i giardinieri «sono trasferiti in capo alla signora Caracciolo, usufruttuaria dei terreni». Alla stessa viene assegnato il servizio dei marinai sull'F100. Invece i «restanti domestici sono stati provvisoriamente intestati all'ingegner Elkann (John, ndr). E perché non invece alla moglie dell'Avvocato? Spiegazione semplice: donna Marella è una cittadina italiana residente all'estero, in Svizzera, «Paese in cui l'amministrazione fiscale italiana non riconosce ai cittadini italiani lo status di residenti anche ai fini fiscali, salvo prova contraria da prodursi a cura del contribuente», scrivono gli esperti.


John Elkann e Marella Agnelli
In questo modo, dopo aver sentito anche altri pareri, i consulenti hanno deciso di «non sovraccaricare la sua posizione italiana con l'assunzione di circa 15 domestici, rendendo così un domani, se richiesta, molto complessa la possibilità di provare la propria residenza estera».

Insomma, tutto è curato nel dettaglio. Anche il destino che toccherà ai cani dell'Avvocato: vengono intestati a un ignoto «residente italiano, per facilitazioni burocratiche». Però al momento in cui viene scritto questo Memorandum, gli amici a quattro zampe «sono ancora in attesa di essere reintestati». Tra le operazioni da compiere, l'inventario di beni e oggetti di Gianni Agnelli e contenuti negli immobili.

DICEMBRE CALDO
Oltre al tesoro tangibile dell'Avvocato, nel Memorandum c'è un intero capitolo dedicato alla Società semplice Dicembre, che sta in cima alla piramide e controlla (con il 33%) l'accomandita di famiglia (G.A. Sapaz) e poi, a scendere, anche le quotate come Exor o Fiat. Sta proprio qui il cuore del potere di casa Agnelli. Diviso in sei paragrafi, c'è il racconto, in parte già reso noto da alcune ricostruzioni, di come, attraverso successive modifiche di statuti e azionariato, l'Avvocato abbia progressivamente ridotto la presa totale su Dicembre fino a una quota del 25,37%, per lasciare invece spazio a Marella, Margherita e al nipote John Elkann.

Tutti e tre alla morte del senatore avevano il 24,87% della società semplice. In particolare, Margherita e John erano entrati il 10 aprile 1996 «mediante la sottoscrizione di un aumento di capitale da 99,9 milioni di lire a 20 miliardi. La quota sottoscritta da entrambi fu di lire 5 miliardi, di cui 3,250 miliardi per la nuda proprietà e 1,750 miliardi per l'usufrutto (quota versata dall'usufruttuario Giovanni Agnelli)».


Margherita e Gianni Agnelli
In quella stessa operazione Marella, che aveva già una quota da 10 mila lire, «sottoscrisse per la sola nuda proprietà, così come la figlia e il nipote, una quota da nominali 5 miliardi di lire, gravata da usufrutto a favore dell'Avvocato». Dopo la sua morte le quote vengono ripartite al 33,3% per ciascun erede. Poi, il 24 febbraio 2003, la nonna dona al nipote una quota del proprio capitale che lo ha portato ad avere in mano il 58,7% della Dicembre. E quindi lo scettro del comando.

COSE DA SAPAZ
E interessante notare poi che, a partire da un aumento di capitale (15 aprile 2003) della G.A. Sapaz, prende il via una serie di operazioni tra gli stessi eredi. A quell'aumento ha partecipato anche Dicembre versando la quota di competenza (77,6 milioni di euro), salvo poi andare a chiedere ai soci nuove risorse finanziarie.


Lapo Elkann e Marella Agnelli
Però, in assenza di indicazioni da parte di Margherita, è la madre a farsi carico di un anticipo (per 32 milioni di euro) per Dicembre, così come per la G.A. Sapaz (controvalore di 2 milioni). «Ciò al fine», recita il Memorandum, «di evitare che la relativa sottoscrizione venisse effettuata da altro nucleo familiare». Infine il resoconto di Ferrero presenta una inedita valutazione finanziaria della società chiave nella galassia Agnelli.

Ci arriva moltiplicando il numero di azioni G.A. Sapaz possedute da Dicembre (774.600) per il loro valore (341,7 euro) al quale vanno sommati dividendi ancora da incassare, in arrivo proprio dalla accomandita a vantaggio dei soci della società semplice. Si approda dunque a un totale di 266,7 milioni di euro alla data del decesso dell'Avvocato.

Ma pochi mesi dopo, una volta chiuso l'aumento di capitale della G.A. Sapaz (30 aprile) e a seguito di un complesso calcolo che tiene conto del nuovo valore dell'azione (283,2 euro), di obbligazioni, debiti verso i soci, oltre al solito dividendo ancora da incassare, il valore totale scende a 216 milioni 875.792 euro.




[23-07-2009] dagospia

domenica 12 luglio 2009

martedì 7 luglio 2009

L’AVVOCATO GAMNA SPORGE DENUNCIA CONTRO IGNOTI

L’AFFAIRE AGNELLI ARRIVA IN PROCURA – L’AVVOCATO GAMNA SPORGE DENUNCIA CONTRO IGNOTI PER “ESTORSIONE IN CONCORSO E CONTINUATA” – GIALLO: DOVE è FINITA LA CONSULENZA PAGATA DA MARGHERITA AGNELLI (15 MLN €) ? – AVV. CHIOMENTI PRONTO A CONTRO-DENUNCIARLO…
Fabio Sottocornola e Franco Stefanoni per "Il Mondo"

1 - L'AFFAIRE AGNELLI ARRIVA IN PROCURA...
Una denuncia contro ignoti con l'ipotesi di «estorsione in concorso e continuata» e una causa civile con richiesta milionaria di risarcimento. In entrambi i casi il protagonista è, o meglio dire sarebbe, l'avvocato Emanuele Gamna, 57 anni, coinvolto nella disputa ereditaria aperta da Margherita Agnelli de Pahlen (il Mondo 26 e 27). Gamna avrebbe preparato una denuncia da consegnare alla procura della Repubblica di Milano per sostenere di essere stato vittima di «forti pressioni» psicologiche nell'ambito del suo mandato.

Ma un fascicolo autonomo sarebbe stato aperto anche dal pubblico ministero Eugenio Fusco (dal 30 giugno è in ferie), che avrebbe assegnato alla Guardia di finanza l'acquisizione di materiali. Gamna ha affidato la sua difesa al collega Giuseppe Jannaccone, che però non vuole aggiungere altro: «È una storia troppo delicata, non posso dire nulla».

Ma allo stesso tempo, Gamna potrebbe essere oggetto di un'azione legale da parte dello studio Chiomenti, di cui l'avvocato è stato a lungo socio. Chiomenti sta infatti valutando di presentare una richiesta di risarcimento danni, affidata al legale e docente dell'Università Cattolica Vincenzo Mariconda. Da Chiomenti, uno dei più prestigiosi e discreti studi legali italiani, fanno sapere che lo scoppio della vicenda che vede coinvolto Gamna ha creato sconcerto e molta irritazione.


Gianni Agnelli
A caldo, a metà giugno, mentre venivano appresi dalla lettura del Mondo i risvolti e l'inedita ricostruzione della saga Agnelli, i partner della law firm hanno deciso di agire d'urgenza, con la convocazione dell'assemblea dei soci per varare «l'allontanamento immediato dallo studio per fatti gravissimi» di Gamna. Una soluzione netta, con pochi precedenti. Ma non solo: Chiomenti ha intenzione di difendersi a tutto campo. «Ulteriori azioni non sono escluse», aggiungono infatti nello studio.

2 - LA GAMNA DEI SOSPETTI...
Per comprendere le ragioni di tanto allarme bisogna fare qualche passo indietro. Tutto è iniziato con la divisione del patrimonio di Gianni Agnelli, a capo del sistema Fiat, scomparso il 23 gennaio 2003. In un primo tempo la figlia Margherita ha accettato un patto successorio che prevede l'ottenimento di una quota ereditaria contro la rinuncia ad altri diritti. Si tratta di un cosiddetto accordo tombale, con Margherita che esce per sempre dalla società Dicembre, capofila della catena di controllo Fiat.


Gabetti Grande Stevens
Dal punto di vista legale, l'erede Agnelli ha avuto al proprio fianco l'avvocato ginevrino Jean Patry e appunto Gamna. Quest'ultimo, figlio di Federico, già presidente del collegio sindacale di Ifi (holding del gruppo Fiat), conosce bene le vicende della famiglia torinese. Emanuele è marito di Raimonda Lanza di Trabia, figlia del nobile siciliano Raimondo, grande amico di Susanna Agnelli (scomparsa il 16 maggio 2009), sorella di Gianni.

Inoltre, il pugliese Pasquale Chiomenti, fondatore dell'omonimo studio, è stato a lungo il legale di riferimento della Fiat, prima che al suo posto da Napoli arrivasse Franzo Grande Stevens. Insomma, tra Gamna e gli Agnelli c'è familiarità. È dunque grazie a lui, e a Patry, che dopo dieci mesi di negoziati Margherita Agnelli de Pahlen a inizio 2004 chiude la partita ereditaria, ottendendo, stando ai carteggi rivelati dal Mondo, 1 miliardo e 166 milioni.

Per la consulenza legale la figlia dell'Avvocato versa 25 milioni di euro, 15 dei quali attribuibili a Gamna. Denaro che tuttavia non risulterebbe in via ufficiale e che sarebbe probabilmente rimasto nell'ombra se, a fine maggio 2007, non fosse nel frattempo deflagrata a Torino la querelle giudiziaria che ha opposto e oppone tuttora Margherita a Grande Stevens, Gianluigi Gabetti e Sigfried Maron, ovvero i professionisti che secondo l'erede sono i gestori del patrimonio paterno.


Gianluigi Gabetti - Copyright Pizzi
Margherita chiede loro di chiarire l'eventuale esistenza di altri asset patrimoniali di cui potrebbe essere stato titolare il padre Gianni. Proprio tra le pieghe del procedimento torinese prende corpo la questione della parcella da 25 milioni. Margherita, attraverso i nuovi avvocati Charles Poncet e Girolamo Abbatescianni, solleva il problema: come si giustifica tale «astronomica» cifra e quale strada ha intrapreso?

Della parcella, bonificata su un conto cifrato della banca Pkb di Lugano di cui Patry nel 2004 è presidente, risultano fatturati solo 10 milioni, cioè la parte dell'avvocato elvetico. Il resto? Sparito, e a nulla serve un'istanza di sequestro avanzata da Margherita. Poncet, nel tempo, chiede più volte come la somma sia stata ripartita. La faccenda finisce anche in tribunale a Ginevra, con Patry che si difende riportando gli atti che riguardano il pagamento che gli compete, ovvero di 10 milioni.

Quanto a Gamna, è Poncet che, della primavera 2008, in uno scambio epistolare con la società Edifin service presieduta da Serge de Pahlen (marito di Margherita) indica come «scandalosamente elevato» l'onorario intascato dal precedente legale della sua cliente, che avrebbe «abusato della sua fiducia per estorcere il consenso». Da qui, secondo Poncet, l'esigenza di recuperare il denaro da parte della figlia dell'Avvocato.


ANNA DE PAHLEN - Copyright Pizzi
Il legale svizzero spinge per trovare un accordo con Gamna, ma quest'ultimo sembra tergiversare. C'è anche il progetto di presentare un affidavit (dichiarazione giurata) sul tema da far firmare a Gamna, nel frattempo difeso dall'avvocato ginevrino Marc Bonnant. A conti fatti, però, Poncet considera l'affidavit un «esercizio di equilibrismo» e Gamna «in combutta con la vostra parte avversa», cioè Gabetti e Grande Stevens. Dunque, a giudizio del consulente di Margherita, Gamna sarebbe stato con un piede in due scarpe.

Viene anche presentato un esposto all'Ordine forense di Milano. Intanto, del contenuto dell'affidavit con la versione di Gamna, così come del resto della vicenda, Chiomenti sostiene di non aver saputo nulla. Poncet, a inizio 2009, avrebbe inviato una missiva allo studio per spiegare come stavano le cose. Viene riferito che i soci, per tutelarsi, avrebbero reagito incaricando un legale svizzero. Ma Chiomenti, interpellato, smentisce: «Abbiamo scoperto la cosa solo a maggio. La lettera di Poncet era stata occultata».




[06-07-2009] Fabio Sottocornola e Franco Stefanoni per "Il Mondo" rilanciato da dagospia

venerdì 26 giugno 2009

800 milioni e 2 miliardi il tesoretto?

I FURBETTI DEL LINGOTTO - DALLe carte segrete di Margherita, SBUCA UNA DINASTIA CHE POTREBBE INSEGNARE A FIORANI E RICUCCI COME OCCULTARE I SOLDI ALL'ESTERO - fuori dall’Italia tra 800 milioni e 2 miliardi - MARGHERITA SPUTTANA TUTTI, MADRE E FIGLI...
Marco Cobianchi per "Panorama"


Marella AgnelliDocumenti, documenti e ancora documenti. Sono quelli che Panorama ha potuto consultare per cercare di capire di più del mondo delle società offshore possedute o, almeno, delle quali ha usufruito, l'avvocato Agnelli. Come è noto, su quelle società e su ciò che contengono è in corso da anni un conflitto al calor bianco tra l'unica figlia di Gianni Agnelli, Margherita, e buona parte del resto della famiglia.

Un conflitto che nasce dal sospetto di Margherita, corroborato da una quantità impressionante di carte ufficiali, che una buona parte delle proprietà e delle disponibilità del padre non siano state inserite nell'asse ereditario. In altre parole: che siano ancora all'estero nella disponibilità di qualcuno. A quanto ammontino questi fondi e chi siano le persone che hanno in mano i fili della piramide offshore è esattamente l'oggetto della causa civile della quale si sta occupando il tribunale di Torino.

Però alcune stime sull'entità del patrimonio estero, a questo punto, si possono fare grazie al lavoro di Marc Hürner, fondatore della Financial intelligence & processing, il superconsulente che è stato incaricato da Margherita Agnelli di rintracciare la parte di patrimonio della famiglia che si trova all'estero. Sulla base dei documenti consultati, la stima realistica che si può fare è che fuori dall'Italia ci siano tra 800 milioni di euro e 2 miliardi.

Questi soldi sono probabilmente custoditi in quella miriade di fondazioni, finanziarie, società, trust sparsi nei quattro angoli della terra che sono stati creati a partire dal 1974 e che hanno cominciato a essere liquidati a partire dal 2005. Solo in parte, però: molte di queste strutture, infatti, sono ancora vive e vegete.

Sempre secondo documenti e testimonianze dirette, i consulenti di Margherita Agnelli sostengono che questa struttura offshore ha prodotto una quantità di dividendi almeno dieci volte superiore a quelli realizzati dalle società italiane.

Quello che emerge, insomma, dai documenti costitutivi, statuti, regolamenti, bilanci e relazioni delle società della piramide è l'«Agnelli's way»: il modo, cioè, molto discreto adottato per gestire i soldi della famiglia.

Di questo sistema di società estere, tuttavia, nessuno della famiglia si è mai occupato davvero. Allora chi è stato? Secondo Margherita coloro che hanno messo in piedi la rete di scatole vuote (o quasi) alimentandole con i soldi provenienti chissà da dove, sono stati i tre potentissimi consiglieri dell'Avvocato: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron.

I tre professionisti che Margherita ha citato in giudizio chiedendo di tirare fuori tutte le carte (cosa che ancora non hanno fatto) per conoscere l'esatta situazione patrimoniale della famiglia. I tre professionisti risultano, in effetti, essere stati amministratori, consiglieri, fondatori e perfino azionisti di moltissime delle società che sono al vertice della piramide estera.

Quella piramide che Margherita vuole scoperchiare per scoprire dove siano i soldi di suo padre e perché non siano stati divisi tra gli eredi. La parte più delicata del lavoro di Hürner riguarda la ricostruzione dei passaggi che hanno permesso a John Elkann, primogenito di Margherita, di diventare leader della famiglia attraverso la maggioranza della società Dicembre, cassaforte del gruppo.

Questo è il nodo fondamentale di tutta la vicenda sia perché si tratta di guardare dentro il cuore dell'impero ma anche perché sul controllo della Dicembre si è consumato, dal punto di vista di Margherita, la vera ingiustizia: non solo lei, unica figlia dell'Avvocato, è stata tagliata fuori ma non sono entrati a far parte della società né i fratelli di John (Lapo e Ginevra) né gli altri cinque figli avuti dal suo secondo marito, Serge de Pahlen.

Per capire da dove nasce il risentimento di Margherita Agnelli occorre fare un passo indietro. Quando l'Avvocato era in vita la proprietà della Dicembre era piuttosto semplice: Gianni Agnelli deteneva il diritto di voto sul 100 per cento delle azioni della società anche se le quote erano divise in quattro parti quasi uguali tra l'Avvocato (25,37), la moglie Marella, la figlia Margherita e il figlio John Elkann (24,88). Dopo la sua morte è scattato il regolamento dello statuto della Dicembre che prevede che la quota appartenuta alla persona scomparsa venga acquistata dalla Dicembre e che il ricavato venga distribuito agli eredi diretti. In altre parole alla morte dell'Avvocato Margherita e Marella si sono divise 2,6 milioni di euro mentre le loro quote, insieme a quella di John, sono aumentate fino al 33,3 per cento.

Da notare è il fatto che il 25 per cento della cassaforte dell'impero Agnelli è stato valutato appena 2,6 milioni di euro, un prezzo ridicolo se si pensa alla vastità delle proprietà del gruppo. Quel prezzo però venne stabilito dallo statuto per permettere agli eredi di pagare meno tasse.
Ma andiamo avanti.

Il 24 febbraio del 2003 Marella Agnelli decide di donare una parte della sua quota al nipote John Elkann, ovvero il 25 per cento. Una mossa che ha avuto come effetto quello di fare diminuire la sua quota al 7,9 per cento ma, soprattutto, di incoronare John Elkann azionista di maggioranza della Dicembre con il 58,7 per cento e lasciare la madre, Margherita, con un inutile 33 per cento.

Passano pochi mesi e l'11 aprile del 2003 la Dicembre è costretta a varare un aumento di capitale per mantenere stabile al 30 per cento la sua partecipazione nella holding Giovanni Agnelli & C, la società che riunisce tutti i componenti dei vari rami della famiglia (una sessantina).

John Elkann non aveva i liquidi per sottoscrivere la sua parte di aumento di capitale, pari a 56,4 milioni di euro che, dunque, gli vennero donati dalla nonna. Margherita, invece, partecipò all'aumento di capitale accrescendo la propria quota al 37,1 per cento che, però, essendo del tutto ininfluente, decise, anche in seguito a pressioni, di vendere alla madre Marella per 105 milioni di euro il 18 febbraio del 2004 in cambio della promessa da parte del resto della famiglia di venire informata, ascoltata, consultata per le decisioni che avessero riguardato il gruppo.

Insomma, il clima in famiglia avrebbe dovuto cambiare. Ma non avvenne. Prima John annuncia la decisione di sposarsi «dimenticandosi» di avvertire la madre e, la settimana successiva, il marito di Margherita, Serge de Pahlen, perde il suo posto di responsabile delle relazioni internazionali per Europa dell'Est alla Fiat.

Secondo la ricostruzione di Margherita, inoltre, nessuno l'avvertì nemmeno della decisione della Exor di vendere a John Elkann e a suo fratello Lapo un prezioso bene di famiglia come l'appartamento di Parigi. E nessuno le disse nemmeno della decisione di cedere due ormeggi a Beaulieu e Antibes per 2 milioni di euro circa, soldi finiti chissà dove. Da qui la decisione di Margherita, ormai completamente fuori da qualsiasi affare che riguardasse non solo la società ma soprattutto i beni appartenuti a suo padre, di avviare un'azione legale per conoscere tutta la verità sui fondi esteri e su chi li gestisce e a nome di chi.

Richiesti per un commento alla decisione di Margherita, nessuna delle persone chiamate in causa ha accettato di rilasciare una dichiarazione. Per esempio: sarebbe interessante conoscere chi ha pagato, per quasi 12 milioni di euro, la residenza marocchina che Marella Agnelli ha acquistato dopo la morte del marito. La società utilizzata per l'acquisto si chiama Juky (simpatica assonanza con Yaki, il soprannome di John Elkann), ha effettivamente 12 milioni di euro di debiti, ma nessuno sa verso chi.

Il risultato dei rocamboleschi avvenimenti che hanno riguardato la Dicembre, tuttavia, è che oggi ben pochi sanno quale sia il suo reale azionariato. Marella potrebbe avere donato il suo 41,2 per cento a John, e se così fosse sarebbe il proprietario del 100 per cento della società. Oppure potrebbe avere diviso la sua quota fra tre degli 8 figli di Margherita (quelli avuti con il primo marito, Alain Elkann), cioè John, Lapo e Ginevra oppure, infine, potrebbe averla mantenuta. Nessuno lo sa. Ma due cose nella testa di Margherita sono ben chiare. La prima è che occorre ripristinare un clima di chiarezza tra tutti i membri della famiglia a partire dal fatto che lei è l'unica erede.

Secondo: essere stato designato erede dell'Avvocato non significa avere la maggioranza assoluta della cassaforte di famiglia. Perché i figli di Margherita sono 8. Non tre o uno. Già, perché i cinque ragazzi che invece di Elkann portano il cognome de Pahlen sono gli unici che, in tutta questa storia, sono per ora i più danneggiati.

Marco Cobianchi per "Panorama" rilanciato da Dagospia, 26-06-2009

SPUNTA LA BOZZA FRANCESE "DONAZIONI AD AMICHE DELL'AVVOCATO"-

Il "Mondo" pubblica il documento in cui si ricostruiscono i vari passi della vicenda
"Cerca di forzare Margherita a rinunciare a contestare le donazioni a terzi"

TORINO - S´involgarisce lo scontro sull´eredità di Gianni Agnelli. E spunta la bozza di un documento in francese, agli atti di un processo a Ginevra, nel quale si attribuisce a Franzo Grande Stevens, l´ex "avvocato dell´Avvocato", il tentativo di «forzare» Margherita Agnelli ad accettare la volontà del padre: cioè trasferire al figlio John Elkann il controllo della società "Dicembre" e, attraverso essa, il ruolo-guida del nonno.
Ma c´è di peggio. Chi parla (o, meglio, chi scrive) farebbe dire al legale torinese qualcosa di assai più grave: «Cerca di forzare Margherita a rinunciare a contestare le donazioni a terzi. Io non so di che tipo di terzi si tratta, ma il mio collega (Grande Stevens, ndr) ha lasciato intendere che potrebbe trattarsi di amanti ("maitresses" in francese) del defunto».
Chi è l´estensore di questa bozza che "Il Mondo" oggi pubblica in copertina"? E che attendibilità hanno quelle parole offensive per la memoria di Agnelli e la lealtà del suo collaboratore? È una vicenda molto complessa intrecciata alla causa intentata a Torino da Margherita per ottenere da Grande Stevens, Gianluigi Gabetti e Siegfried Maron il rendiconto ereditario. Tra il 2003 e il 2004, durante la lite con la madre (poi conclusa con un "patto" in Svizzera), la figlia dell´Avvocato aveva incaricato due legali, l´elvetico Jean Patry e l´italiano Emanuele Gamna (figlio di un ex avvocato della Fiat amico di Gabetti). Nel 2004, i due furono pagati con 25 milioni di euro (peraltro offerti a Margherita dai legali della madre): una somma poi contestata dalla loro cliente.
Nell´ambito di questo contrasto, che ha portato alla causa in Svizzera contro Gamna, e forte del fatto che quest´ultimo non aveva fatturato 15 milioni, il nuovo avvocato elvetico di Margherita, Charles Poncet, aveva avviato una trattativa con Gamna (assistito dal collega Marc Bonnant), contestandogli anche rapporti poco chiari con la controparte. Lo scopo era di concordare, in cambio della mancata denuncia, la restituzione di parte del denaro e la consegna di un "affidavit" (una dichiarazione giurata) nel quale Gamna avrebbe dovuto ripercorrere la storia degli incontri con Gabetti e Grande Stevens.
E proprio nella bozza dell´affidavit, scritta su carta intestata di Poncet, è riportata la sgradevole rivelazione attribuita a Grande Stevens. La "voce narrante" avrebbe dovuto essere quella di Gamna, ma in realtà quel resoconto di 26 punti, elaborato e ricorretto più volte invece da Poncet e da Bonnant, non è mai stato firmato e giuridicamente non esiste.
Ma che credibilità ha allora la frase sulle «maitresses»? Ieri né Margherita Agnelli né Grande Stevens hanno rilasciato commenti, mentre il solo elemento comune tra questa vicenda e la causa per l´eredità è una lettera inviata da Grande Stevens proprio a Gamna, l´11 luglio 2003. In essa si spiega che «dovrebbe essere più facile» trovare un accordo «se Margherita dichiarasse preliminarmente di accettare eventuali disposizioni di suo padre a favore di eredi e/o terzi qualunque sia stata la forma (anche non "sacramentale")». Non si colgono dunque apparenti allusioni a presunte "amanti" dell´Avvocato, mentre in tale contesto il riferimento alle "donazioni" potrebbe far riferimento soprattutto a quella che, nel 1996, Gianni Agnelli compì trasferendo al nipote John Elkann il 25 per cento di "Dicembre".
Sempre ieri infine, riprendendo le anticipazioni di "Repubblica", il settimanale "Panorama" ricostruisce la galassia di fiduciarie e trust che occulterebbero il patrimonio "offshore" di Agnelli. Società coinvolte anche nelle proprietà immobiliari: come la grande villa di Marrakech che, ad esempio, apparterrebbe al trust lussemburghese "Juky" (curiosa assonanza con Yaki, il soprannome di John Elkann)».
Ettore Boffano e Paolo Griseri, la Repubblica 26/06/2009

GLI AGNELLI E I PATTI DELLA DICEMBRE

- È la scatola di controllo dell'impero degli Agnelli. Per decenni è stata riservatissima, ma adesso grazie a un documento consultato dal Sole 24 Ore è stata osservata dall'interno. La società si chiama Dicembree i suoi patti svelano gli equilibri che governano la finanziaria che comanda l'intero gruppo Fiat. Sono quattro le clausole chiave: il ruolo di garanti dell'avvocato Franzo Grande Stevens, di Cristina Grande Stevens, di Gianluigi Gabetti e di Cesare Ferrero, tutti azionisti con una quota simbolica della società; la clausola di consanguineità,evoluzione della vecchia norma di "consolidamento"; la successione, curata nei minimi dettagli sia per i soci di famiglia sia per i garanti; infine, i poteri (e i limiti degli stessi) di John Philip Elkann, l'erede designato da Giovanni Agnelli. Sono questi i patti della Dicembre, la società che custodisce la quota di controllo, pari al 32%, dell'accomandita Giovanni Agnelli & C Sapaz, a sua volta socia di riferimento della Fiat. Finora tale veicolo è stato inaccessibile, complice la scelta della forma giuridica di società semplice che garantisce la totale riservatezza e la decisione della famiglia di non registrarla.
Il documento alza così il velo sugli equilibri all'interno di questa scatola, in cima alla lunga filiera che porta al Lingotto e ripercorre la lungavicenda che ha portato all'uscita di scena di Margherita Agnelli e all'apertu ra del fascicolo dell'eredità. Ma soprattutto, in queste dodici disposizioni, ci sono novità clamorose. Una su tutte:nessuno,tra i soci della Dicembre, perfino John Elkann che ne ha la maggioranza del capitale, può prendere decisioni in tema di modifica degli accordi o dell'assetto azionario senza che la maggioranza dei "garanti" dia il benestare. E questo fin dai tempi in cui, a comandare, era l'Avvocato Agnelli.
I poteri
Punto di partenza per spiegare la storia della cassaforte degli Agnelli è il suo funzionamento quando era ancora in vita l'Avvocato. La prima versione dello statuto risale al 3 aprile del 1996. E già allora, tutto era stato predisposto per la successione di Yaki, all'epoca appena ventenne. Il 10 aprile l'Avvocato trasferisce la nuda proprietà del 24,87% della Dicembre, donandola al nipote. Il libro soci della società semplice vedeva così Gianni Agnelli con la piena proprietà del 25,374%, mentre Elkann, la figlia Margherita e la moglie Marella detenevano la nuda proprietà del 24,87% a testa. L'usufrutto restava nelle mani dell'Avvocato.Contemporaneamente alla donazione è stato cambiato il cuore dei patti della Dicembre,l'articolo 9.Nella prima versione era previsto che «i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione e disposizione senza eccezione alcuna spettano singolarmente al socio signor Giovanni Agnelli. Qualora il signor Giovanni Agnelli mancasse, l'amministrazione ordinaria spetterà al socio Franzo Grande Stevens, mentre l'amministrazione straordinaria ai soci Marella, Margherita e John Elkann, Gabetti, Grande Stevens, Cristina Grande Stevens e Cesare Ferrero con firma congiunta». Tale disposizione, contemporaneamente alla donazione dell'Avvocato a John Elkann, è stata modificata, disponendo che tutti i poteri di amministrazione della società «dovevano » passare a John Elkann alla morte dell'Avvocato. Una volontà rispettata da tutti i soci (inclusa Margherita che sottoscrisse la nuova norma) che, dopo la sua morte, hanno modificato l'articolo 9 dello statuto della Dicembre così: «I poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione spettano, senza eccezione alcuna, singolarmente al socio John Philip Elkann».
Il ruolo dei garanti
La libertà di manovra del vice presidente della Fiat non è però assoluta. Specie in tema di modifica dei patti o trasferimento di quote della Dicembre a terzi, siano essi membri della famiglia, anche figli o fratelli, sia perfetti estranei. E qui entra in gioco il ruolo dei quattro garanti: Gabetti, Ferrero, Grande Stevens e la figlia Cristina. Gli assetti azionari della cassaforte, né tantomeno i patti della società, possono essere modificati dai soci, nemmeno da chi, come John, ne ha la maggioranza. Per farlo serve (ed è sempre stato così, anche quando era in vita l'Avvocato) il consenso della maggioranza dei soci ed inoltre di almeno due soci tra i signori Gabetti, Grande Stevens, Ferrero e Cristina. In altre parole, l'Avvocato, nell'articolo 8 dello Statuto, ha voluto blindare la Dicembre chiedendo, per qualsiasi modifica, non solo il consenso del socio di controllo, oggi rappresentato da Yaki, ma anche dei suoi collaboratori, di cui siè sempre fidato.
La successione
C'è una terza norma che è stata decisiva negli assetti della Dicembre, e lo sarà anche in futuro. È quella della successione. Nel momento della scomparsa dell'Avvocato era stabilito, all'articolo 7 dello statuto («successione di un socio») che gli eredi potevano essere liquidati dai soci superstiti. Si tratta della cosiddetta clausola di consolidamento. Dopo la morte di Giovanni Agnelli, nell'aprile del 2003, si è proceduto infatti al consolidamento così come previsto dallo statuto: il pacchetto del 25,37% è stato diviso perfettamente tra i tre soci della Dicembre, con il risultato finale che la torta vedeva John, Margherita e Marella con il 33,3% ciascuno. A questo punto, decisiva per mettere al sicuro il controllo di Yaki nella Dicembre, è stata la determinazione con cui Marella Caracciolo, interpretando la volontà del marito, ha «perfezionato» la donazione del 25,4%che avrebbe garantito al nipote di salire al 58,7% e prendere così il posto di Giovanni Agnelli nella proprietà della società semplice. Il passaggio successivo,datato 2 marzo del 2004 e che segue la ricapitalizzazione della Dicembre a cui partecipò anche Margherita (seppur in seconda battuta), vede poi nell'ambito del patto successorio, l'uscita di scena della figlia dell'Avvocato che ha venduto alla madre la quota detenuta nella Dicembre. Ed è proprio in questo contesto che si è deciso di modificare l'articolo sulla successione. Nella nuova versione, l'articolo 7 della Dicembre prevede che «nel caso di morte di uno dei soci,gli eredi,se discendenti consanguinei del socio defuntoo se già soci, ascendenti o fratelli del socio defunto, subentreranno di diritto nella proprietà della quota». Dunque, nella titolarità delle azioni di Dicembre. Per tutti gli altri casi tale norma non vale: saranno liquidati. Così come – è stabilito – gli attuali quattro garanti della Dicembre non potranno disporre della quota nei confronti degli eredi. Il loro ruolo è strettamente personale.
Marigia Mangano, “Il Sole-24 Ore” 26/6/2009;

giovedì 25 giugno 2009

CONFERMATO! IL "TESORO" di Gianni Agnelli OLTRE-CONFINE


LA documentazione - Grande Stevens avrebbe SUGGERITO a Margherita di “rinunciare a contestare le "donazioni a terzi” fatte dalL'AVV. a persone estranee all’asse ereditario. - Di chi si tratta? "VITALIZI" PER LE “maitresses” (amanti) del PRESIDENTE DELLA FIAT

Nuove rivelazioni sull'Affaire Agnelli. Sono contenute nel servizio di copertina del settimanale Il Mondo in edicola domani 26 giugno con il Corriere della Sera.

Dopo le carte pubblicate sul numero scorso che indicavano per la prima volta la consistenza del patrimonio ereditato da Margherita Agnelli (1 miliardo 166 milioni di euro tra immobili, quadri e altri beni) e la querelle tra vecchi e nuovi legali della figlia dell'Avvocato a proposito del pagamento di una maxi-parcella da 25 milioni di euro, Il Mondo ricostruisce sulla base di un lungo documento in 26 punti del quale è venuto in possesso la cronistoria, piena di molti fatti inediti, che hanno portato all'accordo sulla spartizione dell'eredità di Gianni Agnelli tra la figlia Margherita e la madre Marella Caracciolo.

Margherita chiede adesso che venga fatta chiarezza anche su beni all'estero per altri 1.436 milioni di euro che, stando alla documentazione depositata presso il tribunale di Torino (che ne discuterà il 30 giugno prossimo), l'Avvocato avrebbe avuto a sua disposizione all'estero.

Che parte del patrimonio di Gianni Agnelli, scomparso nel gennaio 2003, si trovasse effettivamente oltre confine viene confermato dalla documentazione pubblicata da Il Mondo, in particolare nella bozza di "affidavit" preparata dai legali di Margherita nella quale si ricostruiscono minuziosamente tutte le tappe che hanno portato al primo accordo tra la moglie e la figlia dell'Avvocato.

Il documento, tra l'altro, cita i consigli che l'avvocato Franzo Grande Stevens, uomo di fiducia del senatore a vita, avrebbe dato a Margherita suggerendole di "rinunciare a contestare le donazioni a terzi" fatte dal presidente della Fiat a persone estranee all'asse ereditario. Di chi si tratta? L'affidavit sostiene che fu lo stesso Grande Stevens a lasciare intendere che si potrebbe trattare di "maitresses" (amanti) dell'Avvocato.

Nei documenti pubblicati dal Mondo si legge anche che che il banchiere svizzero Siegfried Maron, gestore del patrimonio estero di Gianni Agnelli, parlò a Margherita dell'esistenza di beni "offshore".

Tra le curiosità, la decisione delle parti di secretare l'accordo raggiunto sulla spartizione dell'eredità: né Margherita né Marella hanno avuto la possibilità di trattenere una copia dell'intesa raggiunta in cambio dell'uscita dalla società Dicembre (il cui maggior azionista è John Elkann).

A questo proposito il documento rivela anche un tentativo iniziale di Margherita di scambiare la sua quota nella Dicembre con una quota della Sapaz, l'accomandita cui fa capo il gruppo Agnelli ed il ruolo che in questa vicenda ebbe Susanna, la sorella dell'Avvocato scomparsa di recente.


Il Mondo in uscita domani, corsera, anticipato da dagospia [25-06-2009]

giovedì 18 giugno 2009

109 milioni di euro versati il 26.3.4

SE GLI AGNELLI HANNO SOLLEVATO "IL MONDO", MARGHERITA ALLARGA IL "PANORAMA" ALLA FONDAZIONE ALKYONE IN LIECHTENSTEIN CHE LE VERSò 109 MILIONI PER CONTO DI GABETTI E STEVENS - "LA PROVA CHE CONTINUANO A GESTIRE IL PATRIMONIO DELL'AVVOCATO"...

(Adnkronos) - ''Ci sarebbe la fondazione Alkyone dietro il versamento di 109 milioni di euro effettuato dalla banca Morgan Stanley il 26 marzo del 2004 a favore di Margherita Agnelli. Alkyone e' una fondazione del Liechtenstein i cui 'gestori fiduciari' sono Franz Grande Stevens, Gianluigi Gabetti e Siegfried Maron, contro i quali Margherita Agnelli di Pahlen, figlia dell'avvocato ha intrapreso un'azione legale chiedendo di conoscere la consistenza del patrimonio del padre che sarebbe rimasto indiviso.

Il legame tra Alkyone e il conto presso la Morgan Stanley dimostrerebbe, secondo l'avvocato Charles Poncet, coordinatore del pool di legali ingaggiati da Margherita per fare luce sulla vicenda, che i tre professionisti continuano a gestire il patrimonio estero dell'avvocato''.

E' quanto emerge da un'inchiesta di 'Panorama' in edicola domani. Poncet ha dichiarato a 'Panorama' che ''occorre fare chiarezza sul modus operandi di chi ha avuto, per oltre 20 anni, il potere di gestire i beni dell'avvocato cosi' da evitare di rendere perenni tali comportamenti poco trasparenti per impedire che i visir di oggi puntino a diventare i sultani di domani''.

Gabetti Grande Stevens
''Con me mio padre parlava di famiglia, non di affari - ha detto a 'Panorama' Margherita Agnelli - Quando gli feci delle domande legate al patrimonio, mi disse di rivolgermi al dottor Gabetti e all'avvocato Grande Stevens. Gia' allora loro eludevano ogni tipo di spiegazione. Mio padre giudico' ridicolo il loro comportamento, ma era confidente nel buon senso sia della famiglia sia degli amministratori''.

2 - AGNELLI: 'PANORAMA', DA FONDAZIONE ALKYONE IN LIECHTENSTEIN 109 MLN PER MARGHERITA...
(Adnkronos) - ''Mancato mio padre, e' anche sparito il buon senso, al quale io sto facendo appello sia per la famiglia che per coloro che amministrano i beni della famiglia'', ha aggiunto. ''Non e' stato facile prendere la decisione di promuovere l'azione legale - ha proseguito Margherita Agnelli - L'obiettivo finale, ovvero ristabilire chiarezza e trasparenza per tutti i miei otto figli, giustifica pero' la sofferenza che e' derivata da questa scelta''.

''L'unico motivo per cui ho promosso un'azione e' che per anni ho atteso, in altre sedi una risposta - ha concluso - Questa risposta non mi e' mai stata data, nonostante le mie numerose e ripetute richieste, ed e' sorprendente che oggi il dottor Gabetti, che e' sempre stato al corrente di tutto, chieda a me di rendergli conto sulla divisione, come se fosse lui l'erede''.

[18-06-2009] dagospia

martedì 16 giugno 2009

Frammenti di vita

17 novembre 2002

Giovanni Agnelli senior
Amava l’arte di preparare profitti
Dal Foglio del 17 novembre 2002

Ho conosciuto, intimamente o superficialmente, numerose personalità industriali finanziarie politiche artistiche. Le mie aziende ebbero tale importanza che dettero luogo a molti interessanti incontri. Conosco a fondo il senatore Agnelli, col quale parecchi anni addietro ho concluso affari per centinaia di milioni. Alto, solido, ben piantato sulle gambe, la testa diritta, egli scaccia di tanto in tanto i pensieri dal capo, spazzolando i capelli all’indietro con la mano. È estremamente forte nelle discussioni, specialmente quando dichiara che non ha capito, perché ha capito benissimo, ma vuole semplificare. Ogni qualvolta gli viene fatta una proposta complessa e macchinosa, dice di non capire, non già perché il meccanismo del progetto gli sia oscuro, ma perché vuole denudarlo e vederne il nocciolo. Ha una paura maledetta dei fronzoli, dell’accademia, delle orazioni forbite. Basta vederlo, nel suo ufficio alla Fiat, seduto dietro la scrivania.

Ha un tavolo da lavoro, quasi sempre privo di carte, lucido e nudo; si potrebbe credere che non ha niente da fare. Le carte non rimangono sul tavolo perché le sbriga subito. Giungo a pensare (egli me lo perdoni!) che si accollerebbe una perdita (piccola), pur di sbrigare una pratica noiosa, eliminare un mucchio di carte e non parlarne più. Agnelli è un forte, nel senso migliore della parola. Talora ruvido nei modi, quando ha preso una decisione s’irrigidisce e diventa aspro, anche per non doverla mutare. La sua concezione dell’industria e degli affari è rettilinea. Imparò dall’esperienza che le incursioni nelle industrie collaterali sono rischiosissime. Lavoratore indefesso, ogni giorno dalle otto del mattino fino alla sera, si prodiga per la sua azienda, che egli impersona. Io, che ne sono stato per molti anni vicepresidente, posso tanto più sicuramente affermare che la Fiat ha ricevuto e riceve da lui tutta la sua impronta.


Arriva talvolta in fabbrica alle otto di pessimo umore. Con pochi comandi o rimbrotti, secchi e recisi, chiarisce subito quel che lo ha fatto ammattire, perché una delle sue qualità sta appunto nel voler definire immediatamente le cose. Se un dente fa male, meglio cavarselo subito. Veramente credo che i suoi denti siano ancora tutti sani, e che ne abbia strappati molti agli altri. Talvolta qualcuno diceva: “Adesso vado io a dire il fatto suo ad Agnelli!”. E io ridevo, dentro me, perché sapevo in anticipo che Agnelli lo avrebbe attaccato appena egli avesse parlato, e l’altro se ne sarebbe andato senza avergli detto un bel nulla, oppure gli avrebbe esposte le cose in modo assai differente dalle precedenti intenzioni. È Agnelli interessato? Ama cioè molto il guadagno? Certamente sì; tuttavia lo attrae anche molto il valore morale del guadagno, l’arte di preparare e consolidare i profitti.

È veramente un grande industriale, dalle idee chiare e sobrie, nato per iniziare una impresa e portare quella in alto, fino ai fastigi. Il suo temperamento aborre, o comunque è schivo, dal fucinare intese con gli altri produttori, dal prenderli sotto il proprio dominio. Trasportato nell’America del Nord non sarebbe stato mai, credo, il Morgan o il Rockefeller dei trust; la sua visione si avvicina maggiormente a quella di Ford. Amo la caratteristica sua sincerità, spoglia di fronzoli, nell’ammettere di aver torto. Se dice “sono una bestia”, fa piacere a udirlo, perché più ruvido e schietto di così non si può essere. Anche in quei momenti, tuttavia, è bestia solo a parole, e mi fa ricordare un aneddoto.

Re Edoardo VII aveva un giorno invitato a pranzo il compositore Tosti (che mi narrò la storiella); quando Tosti si congedò, il re lo accompagnò in anticamera e voleva a tutti i costi aiutarlo a indossare il pastrano. Alle ritrosie del Tosti, un po’ impacciato dal gesto inatteso, il re, battendogli bonariamente la mano sulle spalle, disse: “Non preoccupatevi; nessuno mi prenderà mai per un servitore”. A proposito di aneddoti, si potrebbero raccontare certe sue risposte pepate, saporite e coraggiose. Una riguarda un ministro del periodo bellico, il quale, avendo mancato a una promessa formale, si sentì dire bruscamente da Agnelli: “Se V. E. fosse un mercante di buoi, non farebbe più un affare, perché anche i negozianti di bestiame mantengono la parola”. Al che il ministro, stupefatto, replicò: “Lei non ricorda a chi parla! Lei non esce da questa camera!”. Passarono quindici minuti di silenzio glaciale, durante i quali nessuno sapeva che pesci pigliare, né il ministro che fingeva di esaminare delle carte, né Agnelli che aspettava l’arresto. Gl’indugi furono troncati dall’Agnelli, che tirò fuori dal panciotto l’orologio, l’osservò e disse: “Senta, Eccellenza, sono le otto; il treno per Torino parte alle otto e mezzo, e io ho molto da fare colà. Mi mandi a Torino i carabinieri”.

Ancora lo vedo, dopo una lunga seduta nella quale Camillo Castiglioni, oratore forbito ed eloquente, si era scagionato di alcune accuse, e aveva concluso il suo dire con la patetica invocazione “e adesso mi dica se io ho o no tutta la sua fiducia”; ancora lo vedo, Agnelli, riflettere un istante, darsi una buona spazzolata ai capelli con la mano e rispondere: “Lei ha tutta la fiducia che merita”.

di Riccardo Gualino (“Frammenti di vita”, Mondadori)


In breve
Riccardo Gualino. Nacque a Biella il 25 marzo 1879. Finito il liceo, si impiegò in una ditta di importazione di legname. A venticinque anni era titolare di un’impresa per il commercio del legname e del cemento che produceva utili per un milione all’anno (1904). Avviò lo sfruttamento di immense foreste nei Carpazi e nella Volinia. Iniziò, sul modello degli Astor a New York, lo sfruttamento di grandi aree edificabili a Pietroburgo. Fu fermato dalla Guerra. Fondò la Snia Viscosa, fu grande mecenate, fu travolto dal crollo del banchiere parigino Albert Oustric. Fu per diciassette mesi al confino. Si riprese, fondò la Rumianca e la Lux. È morto il 7 giugno 1964.

sabato 13 giugno 2009

"Dica quanto ha preso di eredità"

La figlia dell'Avvocato "Troppo facile nascondersi dietro mio padre "

Gabetti fa sapere di essere "fortemente rattristato per le malevole insinuazioni moltiplicate dalla signora De Pahlen nei confronti di suo padre".

Il riferimento è alla richiesta di trasparenza avanzata dalla figlia di Gianni Agnelli sull'Opa Exor del 1998 e sull'ipotesi, fatta dai consulenti finanziari della signora, che con quella operazione i soci anonimi di Exor (lo stesso Avvocato?) abbiano nascosto all'estero 1,4 miliardi di euro. I legali di Gabetti sottolineano che la causa riguarda solo gli eredi diretti dell'Avvocato e con questo sembrano considerare la vicenda Opa fuori dal processo in corso. Inoltre la vedova di Agnelli, Marella Caracciolo, ha presentato un'istanza in Svizzera perché la giustizia elvetica definisca valida la divisione ereditaria tra la madre e la figlia stabilita a Ginevra nel 2004.

In una dichiarazione diffusa ieri mattina Margherita Agnelli definisce "corretta" la divisione del 2004 ma, fa osservare il suo legale, Girolamo Abbatescianni, "l'articolo 762 del codice civile precisa che l'omissione di uno o più beni dell'eredità non dà luogo a nullità della divisione ma solo a un supplemento della divisione stessa". In sostanza, se in un momento successivo alla divisione dei beni del defunto si scopre l'esistenza di un ulteriore patrimonio, quest'ultimo va diviso tra gli eredi senza rimettere in discussione la spartizione originaria. Così se si accertasse che effettivamente il miliardo e 400 milioni dell'Opa Exor era di proprietà dell'Avvocato, quei soldi andrebbero divisi tra la vedova e la figlia senza invalidare quanto era già stato stabilito nel 2004.

Nella sua dichiarazione in risposta a quella di Gabetti, anche Margherita Agnelli di dice "rattristata". Considera "paradossale" che le si chieda di conoscere l'entità dell'eredità percepita, ciò di cui Gabetti "è perfettamente a conoscenza" mentre "da sei anni la mia unica richiesta è quella di ottenere chiarezza sul patrimonio di mio padre". Poi l'accusa più pesante: "Non capisco per quale motivo il dottor Gabetti si ostini a chiamare in causa mio padre, un uomo straordinario dietro la cui figura è fin troppo facile nascondersi".

rep.it ETTORE BOFFANO e PAOLO GRISERI, 13 giugno 2009

venerdì 12 giugno 2009

ROMITI Cesare

Se ne stava lemme lemme a Mediobanca quando Enrico Cuccia lo spedì a Torino con una missione impossibile: raddrizzare la Fiat.
Cesare arrivò e disse: date a Cesare quel che è di Umberto. E la Fiat sopravvisse. Il mastino fece piazza pulita, sbatté fuori anarco-sindacalisti e fiancheggiatori dei brigatisti. Venne anche Enrico Berlinguer a piangere davanti ai cancelli di Mirafiori ma Romiti non lo fece entrare. Dopo vent'anni d'onesti servigi lascia l'impero, con in premio un forziere pieno e un feudo minore, si fa per dire, la Rizzoli-Corriere della Sera. Pietrangelo Buttafuoco, “Dizionario dei nuovi italiani illustri e meschini” 31/10/1998
catalogo dei viventi

Il signore degli Agnelli

Stando alle ultime dichiarazione dei redditi, il parlamentare più ricco di Italia è Gianni Agnelli (13.666.171 euro), seguito da Silvio Berlusconi (8.633.739 euro) e Giulio Tremonti (5.057.339 euro).
Monica Guerzoni sul Corriere della Sera del 12/3/2002

ricchi e poveri

«I ricchi non sanno quanto i poveri sono poveri, ma i poveri non sanno quanto i ricchi lavorano» (Giovanni Agnelli).
Enzo Biagi, "L'Espresso", 30/5/2002

La crisi inizia nel 1990.

«Dalla Fiat se ne va, o meglio viene spinto fuori, Vittorio Ghidella. E il declino dell'auto, complice anche un po' di cattiva congiuntura, è quasi immediato. Nel 1988 l'auto Fiat registra il suo maggior successo storico. Nell'insieme guadagna infatti 4 mila miliardi. Ghidella va dall'Avvocato Agnelli e gli illustra i risultati, comprensibilmente orgoglioso. E avverte: “Tutti questi soldi vanno immediatamente reinvestiti nell'auto perché sono in arrivo tempi brutti”. L'Avvocato Agnelli sorride e consola Ghidella: “Lei è il solito allarmista”» (Turani).
Giuseppe Turani, ìla Repubblicaî 11/10/2002

Appuntamento alla prossi­ma udienza, fissata per il 30 giugno.

È di nuovo scontro frontale sull’eredità di Giovanni Agnelli dopo il deposito, l’altro ieri al Tribu­nale civile di Torino, delle memorie finali nella causa che vede Margherita Agnelli de Pahlen, figlia dell’Avvoca­to, contro la madre, Marella Caracciolo, due storici pro­fessionisti vicini alla fami­glia, Gianluigi Gabetti e Fran­zo Grande Stevens, e contro il commercialista svizzero Siegfried Maron. Nelle carte, secondo i legali di Margheri­ta Agnelli, ci sarebbero le tracce, ha scritto ieri la Re­pubblica, di un «tesoro na­scosto » da 1,4 miliardi di eu­ro appartenente al padre e non conosciuto all’epoca del­la suddivisione dell’eredità. «Accuse inconsistenti — è stata la replica dell’accoman­dita Agnelli — gli avvocati ri­sponderanno punto per pun­to ».
Nel ’98 l’accomandita Agnelli lanciò un’Opa sulla sua partecipata Exor e aderi­rono, facendo cassa, tutti i soci, compreso Giovanni Agnelli per la quota che, se­condo la memoria, faceva ca­po a fiduciarie. È a questo punto che si sarebbe creata la disponibilità a cui farebbe­ro riferimento le carte depo­sitate dagli avvocati di Mar­gherita.

La replica è arrivata ieri pomeriggio con una nota du­rissima della Giovanni Agnelli & C, l’accomandita che raggruppa tutta la fami­glia «allargata» (da cui Mar­gherita uscì nel 2004).

Mario Gerevini, Corriere della sera 12/06/2009

Caccia al tesoro



GABETTI E FRANZO GRANDE STEVENS HANNO INTENZIONE DI RISPONDERE A MARGHERITA AGNELLI NON SOLO NON RICONOSCENDOLE PIÙ NULLA MA VOGLIONO RICHIEDERE SIA I DANNI DI IMMAGINE CHE LA RESTITUZIONE DI UNA PARTE DELL'EREDITÀ CHE A LEI NON SAREBBE DOVUTA TOCCARE...

[12-06-2009] dagospia