giovedì 23 luglio 2009


ECCO CHE COSA C'ERA DAVVERO NEL TESTAMENTO DELLEX PRESIDENTE FIAT - Al momento della morte, poteva contare su una liquidità di 250 milioni di euro - il tesoro estero dell'avv. quantificato dai suoi vecchi legali in 1,4 miliardi di euro - 12 Panda, 2 Fiorino, una Palio, 3 moto Piaggio e 3 Vespa 50, 3 trattori e un rimorchio

Fabio Sottocornola per "Il Mondo," in edicola domani

Al momento della morte, avvenuta a Torino il 23 gennaio 2003, Gianni Agnelli poteva contare su una liquidità pari a 250 milioni di euro tra depositi bancari e titoli di varia natura. Denaro che uno degli uomini più ricchi del mondo usava «per il pagamento delle spese della gestione corrente», come è scritto nel Memorandum del 16 maggio 2003 predisposto dai commercialisti dello Studio Ferrero del capoluogo piemontese. Un testo che il titolare Gianluca Ferrero ha inviato, tra gli altri, all'avvocato ginevrino Jean Patry, legale a quell'epoca di Margherita Agnelli de Pahlen.

Si tratta del rendiconto ufficiale, con alcuni passaggi già noti, ma anche molti inediti, di cui il Mondo ha preso visione, e relativo a tutti i beni posseduti dal senatore a vita in Italia. Questo catalogo non è mai stato messo in discussione, neppure dalla figlia Margherita. La quale, semmai, ha puntato il dito contro il presunto tesoro estero dell'Avvocato, quantificato dai suoi vecchi legali in 1,4 miliardi di euro. Ammonta invece a 305 milioni e 484 mila euro il valore netto, cioè la differenza tra attivi e passivi, dei beni ufficiali che facevano capo ad Agnelli.

La situazione è riassunta nelle poche pagine del Memorandum che si colloca, dal punto di vista cronologico, all'inizio di tutto l'affaire. E, dunque, precede sia gli accordi sull'eredità siglati in Svizzera nel febbraio e marzo 2004 tra la madre Marella Caracciolo e la figlia Margherita, che hanno fruttato a quest'ultima un patrimonio (immobili, opere d'arte e liquidità) stimato in 1.166 milioni di euro, sia la battaglia legale partita a giugno 2007 e ancora in corso.

CAMERA CON VISTA SUL QUIRINALE
Si comincia, alla voce Attività, con gli immobili: una villa con casa dei custodi sulle colline torinesi (Strada San Vito Revigliasco, villa Frescot), la residenza romana di via XXIV Maggio (di fronte al Quirinale), poi, ancora, casa e terreni della storica dimora di Villar Perosa. «Il valore può essere stimato in via di larga approssimazione in circa 45 milioni di euro», recita il Memorandum, che vuole fornire semplicemente una «valutazione indicativa al fine di determinare un ordine di grandezza del valore dell'intero patrimonio caduto in successione». Anche perché, sottolineano gli esperti, due immobili (Villar Perosa e Strada San Vito) sono «di particolare pregio anche storico, ma probabilmente di difficile commerciabilità».


marella caracciolo agnelli - foto di Arturo Ghergo - Copyright Archivio Ghergo
La voce Liquidità e titoli (totale di 250 milioni 434 mila euro) è da collegare a tre banche e una fiduciaria. L'Avvocato aveva un conto corrente aperto in Banca Intesa con depositati 1 milione e mezzo di euro e oltre 28 milioni in titoli; una posizione aperta (16 mila euro) alla Popolare di Bergamo (oggi Ubi) con titoli per 5,9 milioni. Infine, un risicato conticino di 177,36 euro depositati in Deutsche Bank.

Più interessanti i fondi depositati presso la Simon Fiduciaria, una società di gestione del risparmio che fa capo alla famiglia di Franzo Grande Stevens, storico legale di fiducia dell'ex presidente Fiat. Si tratta in totale di 185 milioni di euro investiti in una Sicav (un particolare tipo di fondo comune di investimento) della svizzera Banca Pictet, mentre 14,8 milioni erano impegnati in obbligazioni.

Come esempio, è possibile osservare che l'Avvocato deteneva titoli di Stato italiani come Cct e Btp. Ma scommetteva anche sulle aziende concorrenti e produttrici di automobili negli Usa. Tanto da tenere in portafoglio obbligazioni emesse dalla Ford (830 mila euro) o da Gmac (della GeneraI motors) per 266 mila euro, oltre a 426 mila euro in bond Shell.

Infine, ci sono azioni e obbligazioni della Giovanni Agnelli Sapaz (G.A. Sapaz), cioè la società in accomandita per azioni che raccoglie i vari rami della famiglia: all'attivo per lui risultano 11.905 azioni ordinarie per un controvalore di 4 milioni di euro e obbligazioni convertibili (altro tipo di bond) per 10,8 milioni.


GIOVANNI E SUSANNA AGNELLI
Dal momento che l'accomandita non è una quotata, il valore di azioni e obbligazioni «è stato fornito dalla società stessa. E periodicamente determinato dal consiglio degli accomandatari».

AL TIMONE
Naturalmente più glamour è il capitolo riferito ai natanti, grande passione dell'Avvocato. Al momento della morte possedeva Stealth, che è una barca a vela di 27 metri, nera e super tecnologica, più il tender (piccolo gommone), valutati 3,4 milioni, «prezzo cui è stata di recente concordata la vendita», dice il documento. C'è poi F100, descritto in alcuni articoli giornalistici come un rimorchiatore trasformato in panfilo d'altura, con tender e barca di servizio, stimato in maniera approssimativa 5 milioni.

Non mancano poi i «mezzi mobili» intestati al senatore, che non possedeva, come è noto, auto di grossa cilindrata. A suo nome risultano dunque 12 Fiat Panda, due Fiorino, una Palio, tre ciclomotori Piaggio Si, un Piaggio Grillo e tre Vespa 50, oltre a tre trattori e un rimorchio.

Con tutta probabilità neppure nuovi, se è vero che «l'intero parco mezzi può essere stimato per un valore pari a 20 mila euro». Evidentemente, tutto o in parte a disposizione del personale di servizio nelle varie residenze.


piccoli agnelli
La rendicontazione degli attivi si chiude con i Crediti vantati. Qui ci sono 154.937 euro da Ina Assitalia «pari al premio incassato dalla compagnia sulla polizza vita stipulata dal Senato della Repubblica», un saldo di competenze per 5.342 euro sempre da palazzo Madama, oltre a 2,6 milioni come liquidazione della quota detenuta nella Dicembre, la società semplice che sta in cima a tutta la catena di controllo dell'impero.

Infine, nel conto è citato anche un attivo di 848 mila euro. Di che cosa si tratta? La cifra deriva da un contratto stipulato con la tedesca Lürssen Yachts per la costruzione di un motor yacht conosciuto come «progetto Tulip». E scritto nel Memorandum: «Il prezzo era fissato in 32 milioni 737 mila euro ed era già stato versato un acconto di 9 milioni 848 mila». Agnelli doveva ancora pagare 29,4 milioni ma poi, probabilmente anche per il peggioramento delle condizioni di salute, «il contratto è stato risolto con la restituzione da parte del cantiere di 848 mila euro».

CHIEDO ASILO
Sono invece soltanto due le voci del passivo, per un totale di un paio di milioni. La più curiosa: «L'impegno a costruire e poi donare al comune di Villar Perosa una nuova sede per la scuola materna. Al termine dei lavori, sulla base di un preventivo di Fiat Engineering (società di costruzioni del gruppo, poi ceduta, ndr) mancherebbero ancora opere per circa 1,4 milioni». Al confronto con questa girandola milionaria appare invece di pochi spiccioli (612 mila euro) l'ammontare totale delle fatture ancora da saldare alla data del decesso relative ad alcune spese non precisate.

Una volta stabilito il valore del tesoro italiano di Agnelli che, come detto, ammonta a 305 milioni 484 mila 7,69 euro, gli esperti dello Studio Ferrero passano ad analizzare le «disposizioni testamentarie» prima di elencare le operazioni fatte dopo la morte dell'Avvocato e quelle ancora da compiere.


agnelli umberto e suni
Per quanto riguarda le volontà del defunto, Ferrero ricorda come queste riguardino soltanto gli immobili, da dividere tra madre e figlia. A quest'ultima spetta la nuda proprietà di Villar Perosa e della villa sulle colline torinesi con usufrutto a favore di Marella. Divisa al 50%, invece, la proprietà dell'immobile romano, dove vivono anche altri componenti della famiglia Agnelli.

Tra le operazioni già effettuate dopo la morte del presidente Fiat con Franzo Grande Stevens esecutore testamentario (fino alla rinuncia all'incarico di metà aprile 2003 a seguito dei primi contrasti tra le eredi) sono elencate la vendita delle barche e l'incasso dell'assicurazione sulla vita.

Una voce curiosa riguarda il personale di casa Agnelli, mai specificato nel numero. E tuttavia i giardinieri «sono trasferiti in capo alla signora Caracciolo, usufruttuaria dei terreni». Alla stessa viene assegnato il servizio dei marinai sull'F100. Invece i «restanti domestici sono stati provvisoriamente intestati all'ingegner Elkann (John, ndr). E perché non invece alla moglie dell'Avvocato? Spiegazione semplice: donna Marella è una cittadina italiana residente all'estero, in Svizzera, «Paese in cui l'amministrazione fiscale italiana non riconosce ai cittadini italiani lo status di residenti anche ai fini fiscali, salvo prova contraria da prodursi a cura del contribuente», scrivono gli esperti.


John Elkann e Marella Agnelli
In questo modo, dopo aver sentito anche altri pareri, i consulenti hanno deciso di «non sovraccaricare la sua posizione italiana con l'assunzione di circa 15 domestici, rendendo così un domani, se richiesta, molto complessa la possibilità di provare la propria residenza estera».

Insomma, tutto è curato nel dettaglio. Anche il destino che toccherà ai cani dell'Avvocato: vengono intestati a un ignoto «residente italiano, per facilitazioni burocratiche». Però al momento in cui viene scritto questo Memorandum, gli amici a quattro zampe «sono ancora in attesa di essere reintestati». Tra le operazioni da compiere, l'inventario di beni e oggetti di Gianni Agnelli e contenuti negli immobili.

DICEMBRE CALDO
Oltre al tesoro tangibile dell'Avvocato, nel Memorandum c'è un intero capitolo dedicato alla Società semplice Dicembre, che sta in cima alla piramide e controlla (con il 33%) l'accomandita di famiglia (G.A. Sapaz) e poi, a scendere, anche le quotate come Exor o Fiat. Sta proprio qui il cuore del potere di casa Agnelli. Diviso in sei paragrafi, c'è il racconto, in parte già reso noto da alcune ricostruzioni, di come, attraverso successive modifiche di statuti e azionariato, l'Avvocato abbia progressivamente ridotto la presa totale su Dicembre fino a una quota del 25,37%, per lasciare invece spazio a Marella, Margherita e al nipote John Elkann.

Tutti e tre alla morte del senatore avevano il 24,87% della società semplice. In particolare, Margherita e John erano entrati il 10 aprile 1996 «mediante la sottoscrizione di un aumento di capitale da 99,9 milioni di lire a 20 miliardi. La quota sottoscritta da entrambi fu di lire 5 miliardi, di cui 3,250 miliardi per la nuda proprietà e 1,750 miliardi per l'usufrutto (quota versata dall'usufruttuario Giovanni Agnelli)».


Margherita e Gianni Agnelli
In quella stessa operazione Marella, che aveva già una quota da 10 mila lire, «sottoscrisse per la sola nuda proprietà, così come la figlia e il nipote, una quota da nominali 5 miliardi di lire, gravata da usufrutto a favore dell'Avvocato». Dopo la sua morte le quote vengono ripartite al 33,3% per ciascun erede. Poi, il 24 febbraio 2003, la nonna dona al nipote una quota del proprio capitale che lo ha portato ad avere in mano il 58,7% della Dicembre. E quindi lo scettro del comando.

COSE DA SAPAZ
E interessante notare poi che, a partire da un aumento di capitale (15 aprile 2003) della G.A. Sapaz, prende il via una serie di operazioni tra gli stessi eredi. A quell'aumento ha partecipato anche Dicembre versando la quota di competenza (77,6 milioni di euro), salvo poi andare a chiedere ai soci nuove risorse finanziarie.


Lapo Elkann e Marella Agnelli
Però, in assenza di indicazioni da parte di Margherita, è la madre a farsi carico di un anticipo (per 32 milioni di euro) per Dicembre, così come per la G.A. Sapaz (controvalore di 2 milioni). «Ciò al fine», recita il Memorandum, «di evitare che la relativa sottoscrizione venisse effettuata da altro nucleo familiare». Infine il resoconto di Ferrero presenta una inedita valutazione finanziaria della società chiave nella galassia Agnelli.

Ci arriva moltiplicando il numero di azioni G.A. Sapaz possedute da Dicembre (774.600) per il loro valore (341,7 euro) al quale vanno sommati dividendi ancora da incassare, in arrivo proprio dalla accomandita a vantaggio dei soci della società semplice. Si approda dunque a un totale di 266,7 milioni di euro alla data del decesso dell'Avvocato.

Ma pochi mesi dopo, una volta chiuso l'aumento di capitale della G.A. Sapaz (30 aprile) e a seguito di un complesso calcolo che tiene conto del nuovo valore dell'azione (283,2 euro), di obbligazioni, debiti verso i soci, oltre al solito dividendo ancora da incassare, il valore totale scende a 216 milioni 875.792 euro.




[23-07-2009] dagospia

domenica 12 luglio 2009

martedì 7 luglio 2009

L’AVVOCATO GAMNA SPORGE DENUNCIA CONTRO IGNOTI

L’AFFAIRE AGNELLI ARRIVA IN PROCURA – L’AVVOCATO GAMNA SPORGE DENUNCIA CONTRO IGNOTI PER “ESTORSIONE IN CONCORSO E CONTINUATA” – GIALLO: DOVE è FINITA LA CONSULENZA PAGATA DA MARGHERITA AGNELLI (15 MLN €) ? – AVV. CHIOMENTI PRONTO A CONTRO-DENUNCIARLO…
Fabio Sottocornola e Franco Stefanoni per "Il Mondo"

1 - L'AFFAIRE AGNELLI ARRIVA IN PROCURA...
Una denuncia contro ignoti con l'ipotesi di «estorsione in concorso e continuata» e una causa civile con richiesta milionaria di risarcimento. In entrambi i casi il protagonista è, o meglio dire sarebbe, l'avvocato Emanuele Gamna, 57 anni, coinvolto nella disputa ereditaria aperta da Margherita Agnelli de Pahlen (il Mondo 26 e 27). Gamna avrebbe preparato una denuncia da consegnare alla procura della Repubblica di Milano per sostenere di essere stato vittima di «forti pressioni» psicologiche nell'ambito del suo mandato.

Ma un fascicolo autonomo sarebbe stato aperto anche dal pubblico ministero Eugenio Fusco (dal 30 giugno è in ferie), che avrebbe assegnato alla Guardia di finanza l'acquisizione di materiali. Gamna ha affidato la sua difesa al collega Giuseppe Jannaccone, che però non vuole aggiungere altro: «È una storia troppo delicata, non posso dire nulla».

Ma allo stesso tempo, Gamna potrebbe essere oggetto di un'azione legale da parte dello studio Chiomenti, di cui l'avvocato è stato a lungo socio. Chiomenti sta infatti valutando di presentare una richiesta di risarcimento danni, affidata al legale e docente dell'Università Cattolica Vincenzo Mariconda. Da Chiomenti, uno dei più prestigiosi e discreti studi legali italiani, fanno sapere che lo scoppio della vicenda che vede coinvolto Gamna ha creato sconcerto e molta irritazione.


Gianni Agnelli
A caldo, a metà giugno, mentre venivano appresi dalla lettura del Mondo i risvolti e l'inedita ricostruzione della saga Agnelli, i partner della law firm hanno deciso di agire d'urgenza, con la convocazione dell'assemblea dei soci per varare «l'allontanamento immediato dallo studio per fatti gravissimi» di Gamna. Una soluzione netta, con pochi precedenti. Ma non solo: Chiomenti ha intenzione di difendersi a tutto campo. «Ulteriori azioni non sono escluse», aggiungono infatti nello studio.

2 - LA GAMNA DEI SOSPETTI...
Per comprendere le ragioni di tanto allarme bisogna fare qualche passo indietro. Tutto è iniziato con la divisione del patrimonio di Gianni Agnelli, a capo del sistema Fiat, scomparso il 23 gennaio 2003. In un primo tempo la figlia Margherita ha accettato un patto successorio che prevede l'ottenimento di una quota ereditaria contro la rinuncia ad altri diritti. Si tratta di un cosiddetto accordo tombale, con Margherita che esce per sempre dalla società Dicembre, capofila della catena di controllo Fiat.


Gabetti Grande Stevens
Dal punto di vista legale, l'erede Agnelli ha avuto al proprio fianco l'avvocato ginevrino Jean Patry e appunto Gamna. Quest'ultimo, figlio di Federico, già presidente del collegio sindacale di Ifi (holding del gruppo Fiat), conosce bene le vicende della famiglia torinese. Emanuele è marito di Raimonda Lanza di Trabia, figlia del nobile siciliano Raimondo, grande amico di Susanna Agnelli (scomparsa il 16 maggio 2009), sorella di Gianni.

Inoltre, il pugliese Pasquale Chiomenti, fondatore dell'omonimo studio, è stato a lungo il legale di riferimento della Fiat, prima che al suo posto da Napoli arrivasse Franzo Grande Stevens. Insomma, tra Gamna e gli Agnelli c'è familiarità. È dunque grazie a lui, e a Patry, che dopo dieci mesi di negoziati Margherita Agnelli de Pahlen a inizio 2004 chiude la partita ereditaria, ottendendo, stando ai carteggi rivelati dal Mondo, 1 miliardo e 166 milioni.

Per la consulenza legale la figlia dell'Avvocato versa 25 milioni di euro, 15 dei quali attribuibili a Gamna. Denaro che tuttavia non risulterebbe in via ufficiale e che sarebbe probabilmente rimasto nell'ombra se, a fine maggio 2007, non fosse nel frattempo deflagrata a Torino la querelle giudiziaria che ha opposto e oppone tuttora Margherita a Grande Stevens, Gianluigi Gabetti e Sigfried Maron, ovvero i professionisti che secondo l'erede sono i gestori del patrimonio paterno.


Gianluigi Gabetti - Copyright Pizzi
Margherita chiede loro di chiarire l'eventuale esistenza di altri asset patrimoniali di cui potrebbe essere stato titolare il padre Gianni. Proprio tra le pieghe del procedimento torinese prende corpo la questione della parcella da 25 milioni. Margherita, attraverso i nuovi avvocati Charles Poncet e Girolamo Abbatescianni, solleva il problema: come si giustifica tale «astronomica» cifra e quale strada ha intrapreso?

Della parcella, bonificata su un conto cifrato della banca Pkb di Lugano di cui Patry nel 2004 è presidente, risultano fatturati solo 10 milioni, cioè la parte dell'avvocato elvetico. Il resto? Sparito, e a nulla serve un'istanza di sequestro avanzata da Margherita. Poncet, nel tempo, chiede più volte come la somma sia stata ripartita. La faccenda finisce anche in tribunale a Ginevra, con Patry che si difende riportando gli atti che riguardano il pagamento che gli compete, ovvero di 10 milioni.

Quanto a Gamna, è Poncet che, della primavera 2008, in uno scambio epistolare con la società Edifin service presieduta da Serge de Pahlen (marito di Margherita) indica come «scandalosamente elevato» l'onorario intascato dal precedente legale della sua cliente, che avrebbe «abusato della sua fiducia per estorcere il consenso». Da qui, secondo Poncet, l'esigenza di recuperare il denaro da parte della figlia dell'Avvocato.


ANNA DE PAHLEN - Copyright Pizzi
Il legale svizzero spinge per trovare un accordo con Gamna, ma quest'ultimo sembra tergiversare. C'è anche il progetto di presentare un affidavit (dichiarazione giurata) sul tema da far firmare a Gamna, nel frattempo difeso dall'avvocato ginevrino Marc Bonnant. A conti fatti, però, Poncet considera l'affidavit un «esercizio di equilibrismo» e Gamna «in combutta con la vostra parte avversa», cioè Gabetti e Grande Stevens. Dunque, a giudizio del consulente di Margherita, Gamna sarebbe stato con un piede in due scarpe.

Viene anche presentato un esposto all'Ordine forense di Milano. Intanto, del contenuto dell'affidavit con la versione di Gamna, così come del resto della vicenda, Chiomenti sostiene di non aver saputo nulla. Poncet, a inizio 2009, avrebbe inviato una missiva allo studio per spiegare come stavano le cose. Viene riferito che i soci, per tutelarsi, avrebbero reagito incaricando un legale svizzero. Ma Chiomenti, interpellato, smentisce: «Abbiamo scoperto la cosa solo a maggio. La lettera di Poncet era stata occultata».




[06-07-2009] Fabio Sottocornola e Franco Stefanoni per "Il Mondo" rilanciato da dagospia